Una Babele codicologica

Il catalogo dei manoscritti datati: una Babele codicologica
M. MANIACI, E. ORNATO, GLM n° 41, automne 2002
http://www.palaeographia.org/glm/glm.htm?art=babele

  e vicende della catalogazione dei codici datati (CMD), promossa dal Comité international de paléographie nel 1953, sono ben note a tutti gli studiosi del manoscritto (per un primo bilancio, anche se non più aggiornato, può risultare ancora utile la consultazione di Les manuscrits datés. Premier bilan et perspectives, Paris 1985). Le considerazioni che seguono, a più di quarant'anni dalla pubblicazione del primo volume, non si prefiggono quindi di rievocare le tappe essenziali dell'iniziativa, ma di individuare le motivazioni - e soprattutto di analizzare le conseguenze - di uno stato di fatto fin troppo evidente anche all'osservazione superficiale : l'estrema diversità che caratterizza i singoli prodotti nazionali, non solo sul piano della presentazione formale delle schede descrittive e della loro ricchezza quantitativa (non ci si pronuncia, ovviamente, sul piano della qualità), ma persino a livello delle impostazioni di fondo e delle scelte essenziali.

Giova pertanto interrogarsi sulle motivazioni profonde di tale eterogeneità - sulle quali molto è stato detto, ma poco è stato scritto (per un esame di più ampio respiro, cfr. tuttavia M. Maniaci, Archeologia del manoscritto, Roma 2002, cap. VII) ; motivazioni che sono, come spesso accade, il frutto dell'interazione fra una serie di situazioni obiettive e l'elemento umano.

In primo luogo, va posto l'accento su un gruppo di fattori determinanti : la natura del patrimonio librario e la quantità di manoscritti conservati nei diversi Paesi ; l'assenza di stime affidabili - anche se approssimative - della quantità di manoscritti datati rispetto al totale della produzione conservata (la cui entità manca peraltro ancor oggi di valutazioni attendibili) ; la scarsa consapevolezza, infine, della loro ripartizione nel tempo, che presenta di fatto un enorme squilibrio a favore del XV secolo.

Tali fattori hanno necessariamente influito sulla definizione operativa della nozione di "codice datato", cioè, in definitiva, sulla scelta del tipo di materiale da considerare o meno ai fini della catalogazione. L'espressione "codice datato" può significare infatti, nella sua accezione più ristretta, "esplicitamente datato", vale a dire "volume o porzione di volume provvista di un dato cronico menzionato dal copista", ma può anche essere estesa fino ad includere volumi solo implicitamente datati , cioè "volumi databili con un sufficiente grado di precisione grazie ad indizi di natura obiettiva" ; volumi che, di fatto, non sono meno utili alla ricerca (anche se non a tutti i tipi di ricerca) di quanto non lo siano i codici datati "veri e propri". La problematica della classificazione datato/databile non si riduce al fatto che i volumi databili formano un insieme di "seconda scelta" - in quanto offrono un margine più o meno ampio di incertezza - ma presenta anche aspetti di natura prettamente formale. I casi paradossali - per fortuna assai rari - non mancano : un codice sottoscritto da un copista che ha commesso un lapsus sulla data (come ad esempio, la menzione di un "lunedì 15 ottobre" di un anno nel quale quella data non corrisponde ad un lunedì) gode in linea di massima del diritto di cittadinanza in un catalogo di codici datati, diritto che può essere invece rifiutato ad un volume non sottoscritto ma sicuramente databile entro l'arco di un anno.
Va sottolineato tuttavia il fatto che l'opzione di censire o di escludere i volumi sprovvisti di dato cronico implicito non è stata determinata unicamente da postulati scientifici, ma anche da pesanti considerazioni di ordine pragmatico. La decisione finale non poteva infatti essere la stessa dove la massa dei codici è costituita da testimonianze cartacee del XV secolo e dove esiste invece una ricca produzione anteriore al XIII secolo, purtroppo non sottoscritta, ma non di rado obiettivamente databile, capace di fornire utili indicazioni sulla storia degli scriptoria monastici.

In secondo luogo, va tenuto conto delle divergenze relative alle finalità - non sempre ben chiare ed esplicitamente definite - della funzione stessa dei CMD, concepiti da alcuni come semplici album di specimina paleografici, mentre per altri si trattava a priori di un supporto indispensabile all'affinamento delle tecniche di expertise. La diversità dei punti di vista era destinata a riflettersi, per forza di cose, sulle modalità prevedibili di consultazione dei cataloghi, in particolare per quanto riguarda la possibilità di riunire tutte le descrizioni - e soprattutto le riproduzioni fotografiche - in un unico schedario, condizionata oltretutto dai costi certo non indifferenti. A questo riguardo, il fatto che solo i cataloghi francesi e la prima serie italiana (Biblioteca nazionale centrale di Roma e Biblioteca Angelica) abbiano optato per la pubblicazione di riproduzioni anopistografe a grandezza naturale (addirittura di intere pagine nella serie italiana) - più comoda per il lettore e scientificamente più corretta, ma anche di gran lunga più costosa - la dice lunga quanto al peso dei fattori economici sulla concezione di un catalogo cartaceo illustrato ed evidenzia al tempo stesso lo scetticismo della maggior parte degli studiosi circa la fecondità di un esame paleografico comparativo basato sull'osservazione simultanea di specimina datati. Significativa appare infine la rinuncia a qualsiasi velleità di facilitare la mobilità delle schede descrittive e il loro riaccorpamento in un unico schedario, con la conseguente possibilità di operare, seppure manualmente, analisi sincroniche sull'insieme della produzione manoscritta : chi lo volesse, potrebbe sempre acquistare sistematicamente due esemplari da ritagliare… o addirittura tre, se si considera l'utilità di possedere comunque un esemplare integro !

In terzo luogo, non va trascurato l'influsso esercitato dalla salutare diffidenza - onnipresente, anche se di rado esplicitamente formulata - nei riguardi del ritmo veramente "geologico" assunto dalla catalografia generale dei fondi delle biblioteche in molti Paesi, che ha imposto di fatto un sostanziale "alleggerimento" delle schede descrittive, finalizzato a consentire un rapido susseguirsi delle pubblicazioni. Tale punto di vista, pragmaticamente ineccepibile, ha condotto inevitabilmente a sacrifici non indifferenti sul piano scientifico. Se la riduzione ai minimi termini dell'informazione relativa al contenuto testuale può essere giustificato dal fatto che tale aspetto viene di norma privilegiato nei cataloghi generali - ma anche dalle finalità sostanzialmente paleografiche dei CMD - l'atteggiamento estremamente restrittivo nei riguardi delle caratteristiche codicologiche, che sono state invece deliberatamente trascurate dai catalogatori fino ad un'epoca recente, ha provocato danni irrimediabili.

Molti dei sacrifici compiuti derivano indubbiamente dalla necessità di rispettare ritmi e costi ragionevoli, ma la natura e l'entità delle rinunce sono la conseguenza spontanea della diversità di interessi e punti di vista dei promotori delle diverse iniziative nazionali. Non va dimenticato che il Comité international de paléographie non era, e non è tuttora, un vero e proprio organismo ufficiale, creato a scopi predefiniti e dotato di autonomi mezzi finanziari, ma un'associazione che riunisce per cooptazione gli esponenti più autorevoli di un settore di studi. Per questa ragione, in mancanza di strutture capaci di imporre l'emergere di programmi collettivamente discussi e organizzati (senza contare la difficoltà intrinseca di pervenire ad un livello sufficiente di consensualità), decisioni importanti e più o meno felici sono stata prese da singoli individui, o anche - e forse più spesso - da personalità influenti del mondo accademico, da cui dipendeva di fatto la possibilità di realizzare concretamente un'iniziativa di catalogazione.

Infine, indipendentemente da tali circostanze, va menzionata -e deplorata - l'impossibilità di procedere ai correttivi resi necessari dall'emergere progressivo, e comunque imprevedibile, di nuove, diverse e fondate esigenze della ricerca ; e ciò non tanto per comprensibili limitazioni di ordine economico, quanto per non compromettere il carattere omogeneo di una serie già avviata e quindi, paradossalmente, per non accrescere ulteriormente il livello di eterogeneità dell'insieme dei CMD.

La severità di queste constatazioni non implica, ovviamente, nessuno scetticismo aprioristico nei confronti della catalogazione dei codici datati, la cui opportunità - o se non altro la priorità - è stata oggetto di pareri discordi, soprattutto nei Paesi (come ad esempio l'Italia) ove il censimento generale dei fondi manoscritti continua ad accusare un forte ritardo. Appare innegabile, al contrario, che la presenza di un dato cronico e/o topico conferisca ipso facto a un qualsiasi manoscritto uno statuto particolare, che lo rende estremamente prezioso ai fini di qualsiasi ricerca sistematica sugli aspetti materiali (ma anche intellettuali, se si pensa alla possibilità di indagini sulla tipologia dei contenuti) della produzione libraria.

A ciò va aggiunto che il giudizio globale sui risultati dell'iniziativa non deve essere deformato da errori di prospettiva cronologica. Va ricordato, infatti, che la decisione di intraprendere la catalogazione dei codici datati è anteriore di qualche anno all'apparizione dei primi elaboratori elettronici, e soprattutto di una quarantina d'anni all'onnipresenza dei computer nelle istituzioni di ricerca e nelle case private e al diffondersi capillare del Web. Mancava, di conseguenza, un fattore di unificazione al tempo stesso cogente e incentivante e, la cui presenza già intorno alla metà del XX secolo avrebbe verosimilmente agito in favore di impostazioni più unitarie, se non altro imponendo a tutte le iniziative nazionali il rispetto di un "minimo comun denominatore". Osservazione, questa, forse un po' troppo ottimista, dato che la ricerca difficoltosa di un terreno preliminare di intesa avrebbe anche potuto rivelarsi controproducente, rinviando sine die la realizzazione effettiva dei programmi di catalogazione.

Il progredire e il diffondersi delle tecniche informatiche è stato accompagnato da altri fenomeni, più direttamente connessi alla catalogazione dei codici datati. Da un lato, la consapevolezza della scarsa utilità dei CMD come strumento di studio delle scritture di epoca monastica (quando i codici datati sono troppo scarsi) e, per le epoche più tarde, come supporto efficace delle tecniche dell'expertise, dall'altro, la messa a punto di nuove metodologie quantitative di studio del manoscritto medievale, che richiedevano l'analisi di vasti corpora di volumi e travalicavano di conseguenza, i confini delle iniziative nazionali. Come già si è accennato, proprio in questo tipo di indagine il codice provvisto di un dato cronico e/o topico viene considerato come un testimone privilegiato, la cui descrizione non solo dovrebbe essere giudicata prioritaria, ma dovrebbe anche possedere particolari requisiti di esattezza, di coerenza e di completezza. Le esigenze poste dalle nuove metodologie rendono quindi particolarmente visibili, e di conseguenza estremamente più sensibili, le discrepanze che erano parse accettabili finché i CMD erano oggetto di una consultazione meramente puntuale, finalizzata al reperimento di informazioni riguardanti singoli codici.

I problemi sono apparsi con particolare evidenza in occasione dei pochi spogli sistematici realizzati nel quadro delle ricerche quantitative progettate nel corso degli ultimi vent'anni : la difficoltà di delimitare con esattezza le diverse unità codicologiche (ricerca sui livelli di produzione) ; di definire chiaramente la struttura dei manoscritti "misti", composti da fascicoli ottenuti da associazioni sistematiche di carta e pergamena ; di ottenere misure complete e precise della griglia di mise en page ; di unificare l'onomastica degli autori e la forma dei titoli delle opere (indagini sulla tipologia della lettura). Ma va sottolineata, in particolare, l'assenza - o la presenza troppo sporadica - di informazioni su alcune caratteristiche materiali il cui rilevamento non comporta peraltro gravi difficoltà e che purtroppo non possono essere dedotte attraverso le riproduzioni fotografiche : fascicolazione, tecniche di rigatura, lato della pergamena ad inizio fascicolo ecc.

Il quadro sinottico del trattamento delle informazioni nella totalità dei CMD è stato raccolto in una   (che, per ragioni di spazio, non ha potuto essere riprodotta nella versione cartacea del presente contributo). Se si considerano globalmente tutti i volumi di tutte le serie, si osserva che il bagaglio codicologico strettamente comune si limita a tre parametri : il supporto, l'impaginazione su una o due colonne, il numero di carte (le dimensioni dei fogli sono assenti nel primo volume della serie "Paesi Bassi" e sono state aggiunte nel volume II). " Volumen membranaceus, binis columnis exaratus, constat foliis 231 ". Espresso lapidariamente in lingua latina, questo denominatore comune ridotto all'osso rievoca irresistibilmente la catalografia del XVIII secolo. Esso va naturalmente considerato come una forzatura paradossale, in quanto di norma la descrizione codicologica prposta dai singoli volumi è più ricca; ma bisogna comunque riconoscere che la situazione si presta a suscitare giustificate apprensioni.

Un esempio significativo della varietà delle opzioni adottate (ma se ne potrebbero addurre molti altri) è costituito dalla mise en page. Facendo astrazione dal numero di righe, una descrizione completa della mise en page deve consentire la ricostituzione del layout completo, e cioè : la larghezza della colonna (o delle colonne) di scrittura e, eventualmente, dell'intercolunnio, l'altezza dello specchio e la larghezza dei quattro margini. D'altro lato, data la variabilità dimensionale che caratterizza i manoscritti di fattura corrente, tutte le misure fornite dovrebbero riferirsi alla medesima carta, definendo così non una nebulosa astratta, ma una configurazione reale, riscontrata almeno una volta durante l'esame del codice. Infine, le misure non dovrebbero essere arrotondate a ± 5 o addirittura 10 mm, ma per non complicare eccessivamente le cose, la lista che segue non terrà conto di tale eventualità: in molti volumi di fattura corrente, infatti, le variazioni della dimensione dei fogli rendono illusorio un grado di precisione troppo elevato.

Le diverse scelte operate dai CMD, enumerate in ordine decrescente di informazione fornita, sono le seguenti :

L'evoluzione generale delle tecniche informatiche applicate alla catalografia, aprendo possibilità di rielaborazione e di sfruttamento dei dati riservate fino a poco tempo fa alle anticipazioni più utopistiche, doveva inevitabilmente coinvolgere anche il settore specifico dei codici datati. Tuttavia, se si considera la situazione ora delineata, era altrettanto inevitabile che la volontà di far confluire in un unico database dalla struttura uniforme informazioni intrinsecamente e profondamente eterogenee venisse a scontrarsi contro difficoltà di ogni tipo, non sempre prevedibili.
In tale contesto, va segnalata la realizzazione, alcuni anni fa, del database MANDAT, ideato e coordinato da Marco Palma e realizzato con il contributo di una serie di tesi di laurea o di specializzazione, affidate nel corso del tempo a singoli studenti. MANDAT costituisce un'applicazione pionieristica dell'informatica al trattamento di dati catalografici, che raggruppando in un unico insieme i dati relativi attualmente a oltre 7000 unità datate, ricavati dallo spoglio di 16 volumi appartenenti a cinque serie nazionali diverse, consente di effettuare in tempo reale e tramite procedure elementari una serie di ricerche relative a singoli manoscritti o di isolare gruppi di codici in funzione di una o più caratteristiche, calcolandone una serie di parametri statistici fondamentali (media, dispersione...).

La struttura di MANDAT risente però di una serie di limiti, sia di tipo tecnico che concettuale. In primo luogo, l'architettura del software, nato in ambiente DOS, non è quella di un database a campi di lunghezza fissa, come la stragrande maggioranza delle applicazioni attualmente in commercio, ma di un database a campi di lunghezza variabile, identificati da delimitatori specifici. D'altro lato, il formato dei dati è di tipo nativo (BIBMAN, sviluppato per conto dell'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane) e non si presta a operazioni di conversione semplici e automatizzate da e verso altri formati. Altri problemi derivano non dall'architettura informatica della base, ma dalle modalità previste in origine per l'immissione e la codifica dei dati. La disomogeneità dei cataloghi e la molteplicità dei partecipanti all'iniziativa hanno indotto a preferire un'opzione "neutrale", consistente nel registrare fedelmente le informazioni nella forma, necessariamente discorsiva, in cui esse comparivano nelle fonti spogliate. Tale opzione consentiva di eludere i problemi (spinosissimi) legati alla normalizzazione, ma limitava enormemente, al tempo stesso, le possibilità di sfruttamento statistico dei dati.

Con i progressi dell'informatica si è fatta strada spontaneamente l'idea di trasformare la struttura del database, in modo da renderlo leggibile e utilizzabile dai software commerciali più diffusi. La conversione, realizzata dagli autori di questo contributo, si è svolta in due tappe complementari :

  1. Trasformazione dei dati BIBMAN in dati Microsoft Access. Tale fase, non eseguibile automaticamente (se non in minima parte), ha richiesto le seguenti operazioni :
  2. Unificazione, nei campi così costituiti, delle informazioni immesse dai rilevatori a partire dai cataloghi, e cioè :
  3. Importazione dei dati nel database Access con la costituzione di una o più maschere di consultazione.

Una quarta tappa, non realizzata, prevedeva l'elaborazione in Access di maschere di immissione destinate agli spogli a venire, adeguate alla specificità dell'informazione nei diversi cataloghi, che avrebbero consentito di automatizzare, nella misura del possibile, la conversione ad un formato unico nella base generale.

Per ciò che riguarda il nuovo database Access, va sottolineato che la sua struttura non è di tipo relazionale. Il fatto che un volume possa contenere due o più unità codicologiche, che ciascuna di esse possa contenere due o più mises en page differenti, che una stessa unità codicologica possa riflettere l'operato di due o più copisti e/o essere munita di due o più dati cronici consente in teoria di istituire proficuamente delle relazioni "uno a molti". È anche vero, tuttavia, che un'unità codicologica può essere costituita da due o più volumi o può essere frammentata in due o più volumi compositi (membra disiecta), mentre uno stesso copista può aver trascritto, nel corso della sua attività professionale, due o più unità codicologiche differenti. Vengono così ad incrociarsi, in pratica, delle relazioni "molti a molti", la cui gestione risulta concettualmente troppo complessa nel quadro della concezione di una base relazionale di tipo tradizionale.

Nel database non relazionale così costruito, i record possono riferirsi a entità diverse (volumi, unità codicologiche, sezioni datate, mises en pages differenziate) e possono rinviare a situazioni di fatto assai diverse fra loro (unità codicologica costituita da un volume unico omogeneo ; unità codicologica costituita da due o più volumi comportanti o meno la stessa segnatura, sezione datata di un volume che ne comporta due o più di due…).

È chiaro che l'informazione contenuta nella totalità dei record può rivelarsi ridondante ai fini di questo o quel tipo di indagine, in quanto ogni record, in un database non relazionale, contiene la totalità dei campi : così, due mises en page di una stessa sezione datata conterranno due volte l'informazione relativa al dato cronico e topico, al copista e al contenuto. L'informazione "replicata" risulta naturalmente inutile, se non addirittura nociva, a qualsiasi ricerca che verta sui livelli di produzione del libro o sulla tipologia dei testi prodotti. Per questa ragione, una serie di campi creati appositamente consente di eliminare immediatamente (marcandola con appositi simboli) l'informazione "replicata" ridondante, e ciò in funzione degli scopi perseguiti dallo studioso. Tale situazione ha imposto di specificare lo statuto codicologico di ogni record : appartenenza ad una serie di volumi, ad un volume contenente più unità codicologiche, ad una delle sezioni datate di una medesima unità codicologica, ad una delle mises en page differenti di una medesima sezione datata.

D'altro lato, qualsiasi analisi statistica risulta impossibile o del tutto inoperante se l'informazione contenuta nella base non è classificabile. Per raggiungere questo obiettivo, è stato necessario procedere ad un paziente e complesso lavoro di unificazione e di esplicitazione di dati già presenti nei cataloghi, ma in forma implicita.

Per questa ragione, sono stati creati nuovi campi destinati a facilitare la selezione immediata di alcune situazioni fondamentali. Essi riguardano essenzialmente la natura del dato cronico e/o topico e/o patronimico/toponimico del copista (manoscritti datati o databili, localizzati o localizzabili, sottoscritti da un copista, con un copista designato da terzi o ancora dedotto criticamente), l'affidabilità degli stessi (date certe o incerte ; va ricordato che una data esplicita può rivelarsi incerta - si pensi ai diversi stili di datazione - e una data implicitamente dedotta può rivelarsi, al contrario, del tutto sicura ; la stessa constatazione vale per i luoghi attestati ma non identificati).

Altri campi sono stati creati per raggruppare immediatamente situazioni particolarmente interessanti sul piano sociale e/o culturale : tipologia delle istituzioni collettive sede della trascrizione, ordine monastico di appartenenza del copista, sesso del copista… ; carattere autografo di una copia (evinto dalla sottoscrizione o semplicemente dedotto dai redattori del catalogo).

Infine, un'attenzione particolare è stata dedicata all'elemento testuale (autore, titolo e tipologia), anche se va precisato che in quest'ambito particolarmente delicato la formalizzazione effettuata non costituisce che un primo, e alquanto timido, tentativo di classificazione. È stata esplicitata, in primo luogo, la lingua del testo, che in tutti i cataloghi viene identificata dalla lingua usata nella definizione del titolo ; è stato specificato, inoltre, se si tratta di un testo originale o di una traduzione. Per ciò che riguarda il nome degli autori e il titolo dell'opera, ci si è limitati (ma non è poco !), in mancanza di liste di "autorità" universalmente riconosciute, a fare in modo che lo stesso autore e una stessa opera fossero designati in maniera univoca nel database.

Benché grande fosse la voglia di astenersi da qualsiasi presa di posizione su un terreno estremamente controverso, è evidente che un database privo di indicazioni sulle tipologie testuali risulta praticamente inutilizzabile nel quadro di indagini relative alla storia della produzione manoscritta e della lettura. Ci si è quindi risolti ad operare una serie di distinzioni e di raggruppamenti a carattere gerarchico e, al tempo stesso pragmatico, obbedendo ad una prospettiva che potremmo definire "multidimensionale". È impossibile, infatti, esaurire in maniera soddisfacente tutti gli aspetti tipologici di un'opera inserendola in un'unica lista di categorie di contenuto.

Le tipologie testuali sono state perciò definite, a titolo sperimentale, in cinque campi modulari combinabili fra loro. Il primo fa semplicemente riferimento alle due grandi categorie "sacro/profano". Il secondo definisce le principali categorie di contenuto. Il terzo introduce nuovi elementi di aggregazione e scomposizione applicabili al campo precedente, tenendo presente che uno stesso elemento può essere applicato a due o più classi di contenuto. Il quarto campo definisce, nel quadro di una démarche eminentemente pragmatica, categorie non strettamente pertinenti al contenuto del testo, ma costantemente utilizzate dagli studiosi, quali quelle di manoscritti "classici", "patristici", "scolastici" e "umanistici". Infine, il quinto campo, malgrado la sua innegabile natura di fourre-tout e la sua evidente mancanza di rigore logico, consente di selezionare in un colpo solo alcuni tratti "caratterizzanti" particolarmente utilizzati : commenti, sermoni, epistolari, compendi, lessici, indici ecc.

Va da sé che questi campi non pretendono di esaurire la problematica : manca, ad esempio, un campo destinato alla definizione - a priori spesso difficile e incerta - del tipo d'uso del libro : professionale, cultuale, scolastico, di puro intrattenimento ecc. ; manca, soprattutto, l'indicazione della struttura, in versi o in prosa, del flusso testuale - di regola non menzionata nei cataloghi - la cui esplicitazione sistematica avrebbe richiesto una conoscenza enciclopedica di tutta la letteratura dell'antichità e del medioevo. Malgrado il loro carattere lacunoso e rudimentale, le classi definite dovrebbero tuttavia consentire di rispondere con una certa facilità agli interrogativi che gli storici della cultura scritta si pongono con maggior frequenza.

Tutte queste assenze, imperfezioni e soluzioni di ripiego evidenziano il fatto che alla "Babele" inerente la natura e alla genesi stessa dei CMD viene inevitabilmente a sovrapporsi una certa dose di errori, imprecisioni e confusioni indotti dall'insufficiente riflessione metodologica e - diciamolo pure - dall'impossibilità da parte di chi scrive, di esplicitare, normalizzare e riorganizzare in tempi ragionevoli, nel quadro di un'operazione provvisoria e per così dire "di prima necessità", informazioni assenti, ellittiche o distorte, il cui recupero puntuale richiederebbe una vasta gamma di competenze e, non di rado, ricerche lunghe e approfondite.

Per quanto concerne le schede descrittive dei singoli cataloghi, è chiaro che il rimedio alla confusione non può che essere parziale : è impossibile, in effetti, ritornare sistematicamente nelle biblioteche per riesaminare tutti i manoscritti e integrare le informazioni che fanno difetto. Analogamente, è impossibile armonizzare informazioni che, pur riferendosi ai medesimi parametri, divergono in maniera evidente e irrimediabile già a livello delle scelte preliminari, oppure sono il frutto di protocolli insufficientemente definiti in partenza e spesso, per di più, non evidenziati all'attenzione dell'utilizzatore.

Al di là dello sforzo di ricomporre in un mosaico dal disegno comprensibile un'insieme di tessere di fogge e colori eccessivamente variegati, non viene comunque meno la speranza che le nuove iniziative nel campo della catalografia dei codici datati, facendo tesoro di questa esperienza preziosa anche se ampiamente discutibile, si dimostrino aperte ai progressi più recenti della ricerca e facciano propria la necessità di ispirarsi ad un rigore metodologico e ad un anelito unitario senza comune misura con l'avanzata in ordine sparso cui ci è stato dato di assistere finora. A questo riguardo, la pubblicazione della nuova serie italiana, corredata di norme di rilevamento esplicite e predefinite con sufficiente coerenza e precisione (Norme per i collaboratori dei manoscritti datati d'Italia, a cura di T. De Robertis et al., Firenze 2000), non può che incitare ad un prudente ottimismo.

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