XXIe COLLOQUE INTERNATIONAL DE PALÉOGRAPHIE LATINE
Florence, 19–21 février 2020
L’émergence des écrits en langue vulgaire
The rise of vernacular writing
Colloques internationaux de paléographie latine Accueil / Homepage
Comité international de paléographie latine


RÉSUMÉS • ABSTRACTS
(par ordre alphabétique — in alphabetical order)

 

Jesús ALTURO e Tània ALAIX,
Seminari de Paleografia, Codicologia i Diplomàtica, Universitat Autònoma de Barcelona

Le prime manifestazioni scritte in catalano: cause, origini, caratteristiche ed espansione di un nuovo sistema grafico

Nel nostro intervento intendiamo seguire le fasi della primitiva conquista della dimensione scritta del catalano, all’inizio in documenti di natura paralletteraria, fino alla sua comparsa in testi letterari del xii secolo e, soprattutto, del xiii secolo, quando avrà inizio la prima grande espressione della letteratura catalana. È stato un lungo processo, del quale vogliamo spiegare le cause e le caratteristiche, probabilmente non estranee né diverse da quelle che stanno all’origine delle espressioni scritte delle altre lingue volgari All’inizio si è trattato di un processo involontario e spontaneo, ma, alla fine, con l’incipiente alfabetizzazione di una parte minima, anche se già influente, del ceto laico della società, la scritturizzazione della nuova lingua ha acquisito un carattere ormai completamente intenzionale e meditato. E si è fatta strada con il medesimo ritmo con cui i testi in latino hanno perso terreno, anche se dobbiamo riconoscere che la conoscenza e l’uso del latino nelle classi socialmente preminenti della società, in particolare quella ecclesiastica, avranno ancora lunga vita.


Francisco José ÁLVAREZ LÓPEZ
Universitat Autònoma de Barcelona

Bilingual texts in late Anglo-Saxon Manuscripts: layout, script and use

In studies about the evolution of script in England during the late tenth and eleventh century, it is not uncommon to find references to manuscripts containing bilingual texts. Among these, most commentators frequently cite monastic rules (namely, the rules of St Benedict and Chrodegang) as well as a few glossaries and Theodulf’s Capitula. These texts provide a fascinating starting point for the analysis of handwriting at a crucial point. This is because from the middle of the tenth century, in the context of the so-called Benedictine Reform, Caroline minuscule became the vehicle for writing Latin texts. This established a new situation for Anglo-Saxon scribes, particularly since the insular forms were maintained for the writing of the vernacular. Bilingual texts thus offer relevant examples of scribes who were trained to write in the two scripts and who were required to do so in close proximity one with the other. The case of the shorter chapters in the RSB, for instance, is particularly pertinent as one can see the scribes switching from Caroline minuscule to Anglo-Saxon minuscule often within the same page.

A recent survey of bilingual texts copied from the late 10th to the end of the 11th centuries (still unpublished) located around fifty items. The list comprises a wide range of texts, from monastic rules to short abjurations and brief inscriptions. In all of them the same text is presented in Latin and Old English and each language is copied using its applicable script. The picture that this list reveals is consequently one of a much wider tradition of both composition and transmission of bilingual texts during the last century of Anglo-Saxon rule than has hitherto been recognised. The phenomenon and its extent raise several questions: why was it deemed necessary to circulate so many different kinds of text in a bilingual format? Is the bilingual format more common for certain types of text? What types of lay-out are used? Does this change according to text? Where do these manuscripts originate? Are there centres with a particular interest in (re)producing these items? What other texts were copied alongside them? And what language/script are they in? How does this large body of texts inform our understanding of the relationship between Caroline and Anglo-Saxon minuscule?


Diego BELMONTE FERNÁNDEZ
Universidad de Sevilla

El surgimiento de las escrituras en romance en la Edad Media sevillana: documentos del arzobispo y del cabildo catedralicio

La Reconquista de la ciudad de Sevilla se produjo a mitad del siglo XIII, en el año 1248. El rey Fernando III aseguró a su hijo, don Felipe, como primer arzobispo, desde 1249 hasta 1258, pero con la colaboración de don Remondo o Raimundo de Losaña, personaje clave en estos primeros años, por aquellas fechas obispo de Segovia y Notario Mayor de la Cancillería castellana. Don Remondo fue el auténtico restaurador de la Iglesia cristiana en la ciudad, como arzobispo desde 1259 hasta su muerte en 1286. Fue él quien organizó la sede y la dotó de una normativa, base jurídica sobre la que se levantó la institución.

Es precisamente por estas mismas fechas cuando el castellano empieza a ser utilizado en los documentos que expide la Cancillería real. Es el mismo rey Fernando III quien introduce esta novedad en la producción documental cancilleresca, si bien se consolida definitivamente durante el gobierno de su hijo y sucesor, Alfonso X. La cancillería del arzobispo y del cabildo de la catedral de Sevilla no quedó al margen de este fenómeno. La situación quedó favorecida por ser concretamente estos reyes los que conquistaron y ordenaron la ciudad bajo el nuevo dominio cristiano y por ser, de hecho, la Iglesia sevillana, y por extensión su cancillería, una institución nacida ex novo, abierta a la implantación de nuevas prácticas de escritura sin tradición anterior.

En la presente comunicación pretendemos hacer una reflexión general acerca de la introducción de la lengua castellana en los documentos elaborados por las cancillerías del arzobispo y del cabildo de la catedral de Sevilla durante la Edad Media, así como de los diferentes oficiales que los conformaban, prestando una muy especial atención a las repercusiones paleográficas que el fenómeno pudo tener. Se han seleccionado para ello todos los documentos localizados hasta la fecha de quien fuera el primer arzobispo de la sede, don Remondo, así como algunos de los ejemplos más significativos de las fechas inmediatamente posteriores a su gobierno. Por medio de estos, pretendemos comprobar cómo el uso del idioma romance en contraposición con el latín pudo, o no, influir en la escrituración de los documentos que usó la Iglesia de Sevilla para consolidarse en las nuevas tierras recién conquistadas: ¿Qué se escribía en latín y qué en castellano? ¿Quién redactaba estos textos? ¿Qué tipos gráficos se usaba en cada caso?...


Maria CARERI
Università degli studi di Chieti-Pescara

La forma del titulus. Dal latino alle lingue romanze.

Nella comunicazione vorrei occuparmi della storia e della geografia di alcuni segni abbreviativi usati nella scrittura delle lingue romanze in Inghilterra, Francia, Italia tra il XII e il XIV secolo.
Come scriveva Armando Petrucci, “…l’uso di scrivere abbreviato, e i modi in cui esso si è realizzato, è un modus scribendi che va studiato storicamente come fenomeno grafico culturale età per età ed area per area, prima ancora che repertoriato indiscriminatamente per (inconsistenti) ragioni pratiche di scioglimento e di comprensione”(N. Giovè Marchioli, Alle origini delle abbreviature latine, Messina 1990, 9-12). Mentre per il francese esiste un lavoro importante di G. Hasenohr (Langue française 119, 1998), per l’italiano ho trovato molto poco; segnalo solo un utile articolo di Teresa De Robertis (Medioevo e Rinascimento 7, 1993) e uno studio di A. Bocchi (Scriptorium LXI, 2007), che ha ispirato questa mia ricerca.

In particolare mi soffermerò sulla forma del titulus. Come si trasformano questi segni nei transfert di area e di età, cosa succede quando in Francia ed in Italia si inizia a copiare in volgare: esiste una specificità del sistema abbreviativo delle diverse lingue romanze rispetto al latino?

Per rispondere a queste domande intendo partire da
1. la schedatura delle abbreviazioni presenti nei mss francesi copiati in Inghilterra e in Francia (Cat. 12 e Album 13);
2. la schedatura delle abbreviazioni presenti nei mss schedati nei due volumi di S. Bertelli (BNCF e Laurenziana) e nei volumi sugli autografi italiani del ‘300;
3. la schedatura dei canzonieri provenzali copiati in Italia e di alcuni mss franco-italiani (Chanson d’Aspremont, Histoire Ancienne, Trésor);
4. il confronto dei dati raccolti con le tavole dei mss datati.

Da una prima verifica risulta che le varianti formali del titulus assumono funzioni diverse nel tempo e nello spazio latino e romanzo tra il XII e il XIV secolo e che questo causa confusione ed errori nella trascrizione. In particolare lo stesso segno (a forma di ‘ricciolo’) utilizzato per la nasale nel XII secolo sarà usato a partire dal XIII secolo in Italia per abbreviare le vibranti (specialmente in posizione preconsonantica).


Teresa DE ROBERTIS
Università degli studi di Firenze

Il libro di poesia tra norma e innovazione

È senza dubbio nel campo della poesia che si misura la maggiore distanza tra la tradizione latina e quella volgare: nuovi generi metrici e nuovi aggregati testuali hanno richiesto quanto meno ripensamenti e adattamenti dei modelli tradizionali, più spesso – là dove i modelli non esistevano - nuove strategie di impaginazione e grafiche con ricadute sulla progettazione complessiva del libro: strategie talvolta di breve successo, talvolta destinate a una lunga fortuna. Da dove viene, per esempio, la scelta che contraddistingue la fase più antica di trasmissione della lirica italiana di trascrivere i versi al modo della prosa, scelta che non ha precedenti latini o tanto lontani da non poter essere considerati tali? Ciò che si propone è un quadro dei vari modi in cui fu scritta la poesia volgare in Italia fra i ss. XIII e XIV e delle ragioni che si possono riconoscere dietro le scelte dei copisti, con un’attenzione particolare a quella che è, per così dire, una particolare virtù codicologica della poesia, il suo essere misurabile e dunque funzionare (almeno in certi casi) come unità di progettazione della pagina e, più in generale, del libro.


Giovanna FROSINI
Accademia della Crusca, Firenze

Dalle carte e dalle pietre: riflessioni e considerazioni per la storia della lingua italiana

Ritrovamenti, nuove acquisizioni, rivalutazioni di elementi in tutto o in parte già noti, nuove frontiere metodologiche: negli ultimi anni molte novità hanno riguardato l'approdo del volgare alla forma scritta, e il costituirsi di una sua forma letteraria, in specie poetica.
Il contributo che si propone intende riflettere, attraverso alcuni casi esemplari, su ciò che di significativo risulta per il tracciato storico della lingua italiana, nella distinzione delle epoche e delle tipologie testuali.o.


Elvira GLASER
Universität Zürich

Kürzungen im Althochdeutschen

In den althochdeutschen Quellen stösst man immer wieder auf unvollständig geschriebene Wörter, wobei unter-schiedliche Verfahren zu beobachten sind. Von solchen Phänomenen hauptsächlich betroffen sind volkssprachige Erklärungen zu einem lateinischen Text, die Glossen und Interlinearversionen, während in den althochdeutschen Texten gekürzte Wörter eher selten sind. So ist beispielsweise bei einem lateinischen Textwort loquendi der Glosseneintrag sa anzutreffen, mit welchem das althochdeutsche Übersetzungswort sagen ‘sagen’ wie-dergegeben wird. Oder es wird ein lateinisches Textwort sanguine mit te glossiert, worin eine althochdeutsche Flexionsendung, die Endung des Dativs Singular (vgl. die Vollform bluote) zu erkennen ist. Daneben treten weitere Typen von Kürzungen auf, bei denen zusätzliche Zeichen verwendet werden, Abbreviaturzeichen, oder auch diakritisch positionierte Einzelbuchstaben, so dass wir entgegen der traditionellen Terminologie primär zwischen unbezeichneten und bezeichneten Kürzungen unterscheiden. Da das althochdeutsche Schriftwesen im 8. Jahr-hundert tief in die lateinische Schriftlichkeit eingebettet ist, lässt sich ein grosser Teil der althochdeutschen Kurzschreibungen aus den konventionalisierten Kürzungsverfahren der damaligen Lateinschrift herleiten. Es ist daher zu prüfen, inwieweit die für das Lateinische erarbeitete paläographische Terminologie auf die Analyse der Kürzungen in der Volkssprache anwendbar ist. Für den Bereich der Glossen, in dem die meisten Kürzungen vorkommen, wird eine neue Klassifikation nach Form und Funktion der Kürzungen vorgestellt.

Obwohl die Kürzungen im Althochdeutschen schon zu Beginn der Althochdeutschforschung als eigentümliches Phänomen erkannt und beschrieben wurden, sind sie bis heute zu grössten Teilen unerforscht geblieben (vgl. den kurzen Überblick in Schneider 1999 zur nachalthochdeutschen Kürzungspraxis). In meinem Beitrag sollen die Ergebnisse eines Projekts zu Form und Funktion der Kürzungsschreibungen im Althochdeutschen vorgestellt werden, das auf einer umfassenden Materialerhebung basiert. Darüber hinaus soll auch die Forschung zu den Verhältnissen in den benachbarten Volkssprachen (Germanisch, Keltisch) berücksichtigt werden. Für das Althochdeutsche soll ein Überblick über die zeitliche und räumliche Verwendung sowohl der bezeichneten als auch der unbezeichneten Kürzungen gegeben werden. Die vorgenommene Klassifikation wird anhand einiger Beispiele aus den untersuchten Handschriften illustriert. Dabei sollen im Vergleich auch die Verhältnisse in den jeweili-gen lateinischen Ausgangstexten behandelt werden.


Marcella LACANALE
Università di Chieti-Pescara

Gli accenti nei manoscritti romanzi del XII secolo

Tra i fattori che concorrono alla complessa operazione della messa per iscritto di lingue ‘nuove’, l'uso dei segni paragrafematici ha un ruolo importante; la mia comunicazione intende concentrarsi sull’utilizzo degli accenti o apici a cui i copisti ricorrevano con obiettivi divergenti e diverse modalità.

Gli studi sporadici sull'argomento pubblicati tra ‘800 e ‘900 (K. Lincke, Die Accente im Oxforder und Cambridger Psalter sowie in andere Altfranzösischen Handschriften. Eine paläographisch-philologische Untersuchung, Erlangen 1886; P. Meyer, Romania XII (1883), 146-152 e 192-203; P. Rajna Romania LXXXXIV (1973), 1-86 ecc.) si concentrano maggiormente sull'uso degli accenti in un codice specifico, senza tentare una sistematizzazione delle abitudini registrate. D'altronde gli studi con orientamento più generale e organico (H. Varnhagen, Zeitschrift für Romanische Philologie 3 (1879), 161-167; C. Brunel, Bibliothèque de l’Ecole des Chartes LXXXVII (1926), 347-358; R. Marichal, Annuaire 1969-1970, Paris 1970, 363-387; P. Bourgain, Du copiste au collectionneur. Mélanges d’histoire des textes et des bibliothèques en l’honneur d’André Vernet, Bruxelles 1998, 249-265.) hanno messo in luce la notevole varietà di funzioni che gli accenti rivestono nei codici, da quella tonica a quella metrica, dalla paleografica fino alla funzione fonetica.

Partendo dall'analisi di alcuni codici, si proverà a dare un panorama che descriva gli utilizzi più consueti degli accenti da parte dei copisti e ci si interrogherà su una possibile classificazione degli usi su base geolinguistica.

L'interpretazione delle funzioni (diverse, non sistematiche, eterogenee) va affrontata caso per caso, tenendo conto della sovrapposizione delle funzioni in un unico segno, ma analizzando, dal punto di vista del copista, quale fosse l'esigenza a cui l'accento su un certo grafema stesse rispondendo. Partendo dunque da questa prospettiva si metteranno in luce le conseguenze più interessanti che una corretta interpretazione degli accenti può avere sul lavoro di edizione e interpretazione dei testi, ad es. dal punto di vista linguistico e metrico


Viola MARIOTTI
Université de Lille
Florence CERESATO — Dominique STUTZMANN
CNRS-IRHT, Paris

Les abréviations dans les manuscrits français du XIIIe siècle : analyses statistiques

Si depuis trente ans les abréviations vernaculaires ont fait l’objet d’études détaillées, le domaine français reste parmi les moins bien explorés. Malgré quelques recherches pionnières, plusieurs questions demeurent ouvertes : identification et fréquence relative des abréviations ; caractère conservateur ou innovant de celles-ci par rapport au système abréviatif latin et relations entre abréviations françaises « continentales » et « anglo-normandes » (premier parler gallo-roman à passer à l’écrit). Plus généralement, l’évolution du système abréviatif dans le temps et l’espace du XIIIe siècle. En outre, bien que l'hypothèse contraire ait été avancée, il faut étudier si et comment les abréviations s’adaptent au genre textuel et au public de l’ouvrage copié.

L’ambition de cette communication est de répondre à ces questions à partir du corpus constitué dans le cadre du projet ECMEN Ecriture médiévale et outils numériques (IRHT, 2015-2019). Celui-ci vise à constituer progressivement le catalogue des manuscrits datés du fonds français de la Bibliothèque nationale de France et d’un corpus complémentaire en l’enrichissant d’éditions partielles en XML-TEI (transcriptions indiquant les abréviations et leur résolution), en commençant par les cotes « fr. 1 » à « fr. 1000 ». Le corpus se compose à l’heure actuelle de 377 notices et 76 transcriptions couvrant un ou plusieurs feuillets, pour des textes presque tous inédits, en langue d’oïl et d’oc, allant du XIIIe au XVIe siècle. Le XIIIe s. étant faiblement représenté, des manuscrits au-delà de la cote « 1000 » ont été sélectionnées. Pour l’instant 34 manuscrits datés et datables du XIIIe siècle ont été transcrits ; ce corpus sera plus que doublé en 2019.

L’édition électronique permet d’interroger en corrélation les manuscrits du corpus français et de corpus latins équivalents. Outre le nombre d’abréviations, on peut aussi mesurer l’emploi des différents types d’abréviations (tilde de nasale, lettre suscrite, signe conventionnel, contraction), le nombre de caractères escamotés, leur emplacement dans le mot ou sur la ligne (début, milieu, fin) et dans le texte (en particulier, noms de personnes et de lieux). Des observations préliminaires montrent des phénomènes paradoxaux (plus grand nombre d’abréviations en fin de ligne, mais sans augmentation du nombre moyen de lettres escamotées). C’est avec des observations plus précises de cette nature que nous testerons les différents facteurs susceptibles d’avoir influencé les écritures françaises : chronologie, géographie, contexte de production, matérialité et codicologie, typologie textuelle (et public supposé), influence du modèle abréviatif latin.


Nicoletta GIOVÈ MARCHIOLI,
Università degli studi di Padova
Carlo TEDESCHI
Università degli studi di Chieti-Pescara

Le scritture esposte in volgare: dalle tracce alla diffusione. Note paleografiche

«L’intero complesso delle iscrizioni dipinte del ciclo di Beno, per quanto ne è rimasto, andrebbe ancora studiato più attentamente di quanto non si sia fatto finora, dal punto di vista paleografico» (A. Petrucci, ‘Il volgare esposto’, contributo pubblicato negli atti del convegno Visibile parlare svoltosi a Cassino nel 1992 e dedicato proprio allo studio delle testimonianze epigrafiche in, o forse meglio del, volgare). A distanza di oltre vent’anni dall’uscita di quel volume, le considerazioni di Armando Petrucci su uno dei più antichi e più celebri testi del volgare italiano esposto sarebbero ancora valide, così come sarebbe soprattutto valida la sua sollecitazione circa l’opportunità di un confronto tra gli «esempi nostrani e quelli di altre aree linguistiche».

Effettivamente, dal 1997 — anno di edizione del volume citato — ad oggi sull’emersione del volgare scritto in ambito epigrafico pressoché nulla è stato aggiunto dal punto di vista paleografico. Manca soprattutto ancora, di fatto, un corpus dell’epigrafia medievale italiana, nonostante oramai da tempo si sia avviata la collana delle IMAI – Inscriptiones Medii Aevi Italiae, promossa dalla Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, che raccoglie le testimonianze epigrafiche italiane datate o databili sino alla metà del XII secolo. Collana all’interno della quale finora sono stati pubblicati soltanto quattro volumi, che ci consegnano peraltro una sola testimonianza in volgare, precisamente nel I volume, relativa a Civita Castellana. Per fortuna nuove, sebbene singole, pubblicazioni - a cominciare da quella di Livio Petrucci, Alle origini dell’epigrafia volgare, del 2010, con le sue utilissime illustrazioni - facilitano senz’altro il compito di chi voglia tentare una sintesi critica di questo specifico fenomeno grafico nel suo complesso.

Nella relazione che intendiamo proporre vorremmo prendere in considerazione appunto i documenti epigrafici in volgare e in “semivolgare” – con una particolare attenzione a quelli dell’area italiana, ma senza trascurare, per quanto possibile, e come termini di paragone, altri versanti romanzi, dal francese al provenzale, all’iberico – a partire dalle testimonianze antiquiores del IX secolo fino ai primi decenni del XIV, quando la presenza del volgare nella comunicazione epigrafica si fa più consistente e sempre meno sorprendente, nel tentativo di comprendere analogie e differenze rispetto alla prassi scrittoria dell’epigrafia in latino, seguendo una serie di prospettive diverse, ovvero dal punto di vista delle scelte materiali (che riguardano dunque i supporti e la mise en page) e soprattutto formali (contemplando in particolare le tipologie grafiche adottate, il sistema abbreviativo usato e i diversi segni di interpunzione e punteggiatura), senza dimenticare gli specifici contesti di uso.

Il nostro discorso sarà, ovviamente, basato sull’analisi delle manifestazioni grafiche proprie di epigrafi già note, ma è nostra intenzione portare all’attenzione anche nuove testimonianze, del tutto inedite o conosciute soltanto in pubblicazioni locali e dunque non ancora pienamente entrate nel dibattito sul fenomeno dell’apparizione del volgare scritto all’interno delle fonti epigrafiche.


María Encarnación MARTÍN LÓPEZ
Universidad de León

La emergencia de los escritos en lengua vulgar. Factores y actores en las inscripciones hispanas (ss. XI-XIII)

La aparición de lenguas vulgares en libros y documentos, por iniciativa de escritores o del público en general, ha sido ampliamente estudiada por historiadores y filólogos. Sin embargo, las inscripciones latinas medievales no recibieron la misma atención. Los textos epigráficos contienen desde tiempos antiguos contaminaciones e influencias de la lengua vulgar. Ciertamente hay estudios sobre los vulgarismos encontrados en las inscripciones, pero no especifican nada en la paleografía, nada en los actores que intervienen en el proceso escrito. Proponemos un análisis de la epigrafía y la relación entre el surgimiento de las lenguas vernáculas y la ejecución de inscripciones en escritura vulgar, es decir, realizadas en los talleres artesanales, rurales y ocasionales. Hay una necesidad constante de comunicar hechos, de perpetuar los nombres de las clases más bajas. Estos no tienen los medios de los centros monásticos.

Para enfocar el estudio, no interesan las inscripciones de los circuitos culturales, relacionadas con el alto clero, ejecutadas en obras artísticas costosas y minuciosas para que el control de los textos, la epigrafía y el uso del latín se esfuercen por dar un mayor Solemnidad al conjunto. Las inscripciones rurales proporcionan la mayor articulación e influencia de la lengua hablada, así como un repertorio paleográfico más amplio que se aleja de los cánones establecidos. En las zonas rurales, la epigrafía muestra una mayor libertad de expresión verbal con contaminaciones del lenguaje hablado y soluciones gráficas en forma de letras derivadas de la falta de habilidad, pero también la misma libertad que proporciona el lapicida. Ausencia de control social durante la ejecución del signo. Es una práctica común utilizar asimilaciones, reducciones, explicaciones u otros fenómenos lingüísticos que no se deben a contaminación o fenómenos fonéticos, sino a errores en el uso de drogas. Estos casos descubiertos en Zamora, Valladolid, Guadalajara, Burgos constituyen otro aspecto a estudiar para conocer el funcionamiento de las computadoras y los pesticidas. Es posible que el lapicida no hiciera estudios gramaticales y que solo fuera un hábil artesano. Es común que los errores que aparecen en las inscripciones se le atribuyan, como en el caso de gráficos invertidos o interpretaciones incorrectas de los minutos. Los puntos a estudiar son: 1. Talleres artesanales y casuales, sus epígrafes y sus condiciones de trabajo. 2. ¿Quiénes son los actores y los autores? 3. Analizar las peculiaridades gráficas y lingüísticas. El estudio se basará en las entradas publicadas en el Corpus Inscriptionum Hispaniae Mediaevalium (Burgos, Salamanca, Valladolid, Cantabria, La Rioja, Guadalajara), así como las publicadas en otras publicaciones de Asturias, Cataluña y Galicia.


Maria do Rosário MORUJÃO
Université de Coimbra

La langue portugaise dans la chancellerie royale portugaise au XIIIe siècle

Les débuts de l’utilisation du portugais écrit ont déjà été l’objet de plusieurs études menées par des linguistes aussi bien que par des historiens, qui permettent de savoir que dans le dernier quart du XIIe siècle la langue vernaculaire était déjà écrite, bien que le latin ait continué à dominer pendant un siècle encore, jusqu’au règne de Denis (1279-1325), qui ordonna l’utilisation du portugais dans les documents concernant l’administration du royaume.

La langue vernaculaire médiévale est aussi de plus en plus étudiée du point de vue linguistique, ce qui rend plus précise notre connaissance sur l’évolution du latin vers cette nouvelle langue vulgaire. Par contre, les caractéristiques paléographiques du passage du latin au portugais écrit constituent encore un terrain presque entièrement à défricher, et que je me propose de commencer à aborder.

Je me propose donc d’étudier comment, petit à petit, le portugais a envahi la chancellerie royale portugaise tout au long du XIIIe siècle, c’est-à-dire, depuis la première utilisation connue de la langue vernaculaire dans une charte royale (le testament du roi Alphonse II de 1214) jusqu’à la moitié du règne de Denis. Cette étude tiendra en compte plusieurs aspects, à savoir :

— l’évolution du nombre de chartes en portugais tout au long du siècle ;
— les destinataires de ces chartes (étaient-elles adressées surtout à une catégorie de destinataires, notamment aux laïcs ?) ;
— l’identification des scribes et rédacteurs de chartes qui écrivaient dans cette langue (étaient-ils aussi chargés de l’élaboration des chartes en latin ?)
— et surtout, l’adaptation à la nouvelle langue du système abréviatif, y compris les notes tironiennes, et des signes diacritiques latins.


Andreas NIEVERGELT
Universität Zürich

Diakritika in der Schriftgeschichte der altgermanischen Sprachen

In der Schriftgeschichte der germanischen Volkssprachen spielt die lateinische Schrift eine zentrale Rolle. Während für die Aufzeichnung der gotischen Sprache noch eine eigene Schrift entwickelt wurde, erfolgte die Verschriftung der nord- und westgermanischen Volkssprachen – nach runischen Anfängen innerhalb eines engen funktionalen Rahmens – in lateinischer Schrift. Das lateinische Schriftsystem eignete sich allerdings nur bedingt zur Wiedergabe der germanischen Laute und musste entsprechend angepasst werden. Dazu wurden eigens gebildete Digraphien benutzt, aus anderen Systemen Zeichen wie Runen und tachygraphische Noten bezogen oder aber den lateinischen Buchstaben diakritische Zeichen hinzugefügt.

Die diakritischen Zeichen spielen in diesen Vorgängen auf den ersten Blick eine bescheidene Rolle mit wenig Nachwirkung. Bei näherer Betrachtung zeigen sich in ihnen jedoch eigenständige formale und funktionale Entwicklungen, die sich zudem von Sprache zu Sprache unterscheiden. In der Forschung werden sie gemeinhin mit Akzentzeichen gleichgesetzt. Sie bilden jedoch Systeme aus, in denen den Zeichen – auch gleichzeitig – mehrere Funktionen zufallen. Besonders vielfältig verwendet erscheinen sogenannte Akzentzeichen im Bereich der altenglischen Schriftlichkeit. Eine besondere Situation wird auch in den althochdeutschen Quellen sichtbar, wo einerseits bei einer Vielzahl sporadischer Glossenbelege die funktionalen Zusammenhänge verdunkelt sind, andererseits mit Notker dem Deutschen eine Systematik der Akzentsetzung formuliert wird. Im Althochdeutschen spielen sich zudem ganz eigentümliche Episoden diakritischer Schreibpraxis ab. Diakritika tauchen hier auch in monoalphabetischen Geheimschriften auf und begleiten die Integration der angelsächsischen w-Rune in das lateinische Zeicheninventar.

Die Diakritika bilden für etliche der altgermanischen Einzelsprachen ein wenig erforschtes Gebiet. An ihnen lässt sich jedoch beispielhaft zeigen, wie eine Übernahme bestehender Schriftzeichen und deren Erweiterung um Zusatzzeichen zusammenhängen. Der Beitrag untersucht den schriftsystematischen Charakter der Diakritika bei der Herausbildung einer volkssprachigen Schriftverwendung am Beispiel der westgermanischen Verhältnisse, insbesondere im Bereich des Altenglischen, Altsächsischen und Althochdeutschen und streift kurz auch die altnordische Situation.


Åslaug OMMUNDSEN
University of Bergen

Bilingual scribes in the far North: early evidence from Trondheim, Norway

This paper will look at the bilingual scribes of Norway, to seek to discover what additional information can be retrieved about a scribe or scribal community when the surviving evidence includes vernacular specimens of writing as well as Latin. A scribe working in Trondheim, Norway, ca. 1200 will be used as the main example.

When the first scriptoria were established in Norway in the eleventh century, their first products were missals and other liturgical books in Latin, resources in high demand at the time, needed by the fast growing Church. At what date the first texts in the Old Norwegian vernacular appeared is uncertain. However, from the very beginning important teachers and models of script came from England, a country with a strong tradition of vernacular writing. Due to the poor survival of Norwegian material, the earliest surviving remains of manuscripts written in the Old Norwegian vernacular are datable to the last decades of the twelfth century. Four early specimens of Norwegian writing have been localized to the town of Trondheim, the see of the medieval archdiocese of Nidaros, and all dated to just before or after 1200. (Another four examples of the same date, including the oldest surviving book in Old Norwegian, have Bergen as their place of origin.)

The earliest vernacular material in Norway shows that learned culture was, to a large extent, a bilingual one: the hands of several of the thirteenth-century scribes writing in the vernacular have also been identified in the Latin fragment material. Although the known scribes are relatively few and the manuscript material is fragmentary and poorly preserved, the examples we have are important evidence of the dynamics of vernacular and Latin writing, showing how scribes would respond to the two languages.

One of the earliest examples from Trondheim is a scribe writing about 1200 in both Latin and Old Norwegian. He has been named “the Benedict scribe” (coined by Michael Gullick) after his copy of an Old Norwegian translation of the Rule of Benedict (Oslo, NRA, Nor. fragm. 81a,1-5). This scribe has also been identified in six liturgical books in Latin (which in the Norwegian fragment material is an exceptionally high number), five of them in Norway and one discovered among the Icelandic fragment material in Denmark.

In this paper, I will primarily investigate what information the vernacular fragments may provide that we would not get from Latin fragments alone, using the Benedict scribe as an example. What can we learn about a scribe from his language and dialect? How different is the aspect or formality of a scribe’s hand when writing in the vernacular? What sort of institution might he have worked at, and what kind of role might he have played there? The paper will also identify the earliest texts to survive in the vernacular from Norway, and examine how the copies of these texts and their palaeographical features relate to the Latin material from the same time.


Martina PANTAROTTO
Università telematica eCampus

La scrittura a mosaico: inserti in volgare nei testi della predicazione. Aspetti grafici e perigrafici a confronto

La ricerca mira ad indagare l’emersione del volgare italiano (settentrionale, umbro, meridionale) all’interno delle trascrizioni dei sermoni latini nei secc. XIII-XV, dal punto di vista del tessuto grafico e perigrafico. Il caso dei sermoni in latino mescidato o con ibridazioni linguistiche è un fenomeno linguistico e letterario ampiamente indagato , in diversi contesti nazionali . Ma il presente lavoro si concentra sull’aspetto propriamente paleografico, indagato nei testimoni unici e nel confronto tra più testimoni dello stesso testo, osservando le reazioni del tratto grafico (e degli elementi perigrafici) nel passare alla scrittura di una lingua diversa entro lo stesso testo e talvolta entro la medesima frase, come riflesso di una realtà di bilinguismo ormai consolidato ed anche, almeno in parte, di tradizioni grafiche specializzatesi nei diversi ambiti linguistici.

Si tratta di un ambito ben circoscritto, delimitato da un lato dalla tradizione della predicazione redatta interamente in volgare, dall’altro dai sermonari interamente in latino. Nel fenomeno dell’ibridismo linguistico della predicazione si intersecano aspetti letterari, linguistici, sociologici, antropologici e culturali, ma l’aspetto paleografico risulta oggi piuttosto trascurato, a fronte di una tradizione manoscritta non imponente, per quanto in continuo aggiornamento. L’obiettivo è individuare “modelli ed interferenze” nella scrittura volgare in questi contesti di inserzione – irruzione e verificare come il prepotente emergere di una predicazione ‘moderna’, collettiva ed emotiva si rifletta sugli usi grafici, distinguendo tra contesti di reportationes immediate, riscritture private e trascrizioni successive.

Il contributo illustra gli esiti di un’analisi condotta in un’ottica sincronica contrastiva (trattamento del latino vs il volgare) e diacronica, seguendo lo sviluppo del fenomeno nell’arco di tre secoli, fino allo scadere del Medioevo.


Hana PÁTKOVÁ
Charles University, Prague

Czech language and Latin alphabet in the late Middle Ages

The oldest Czech texts written in the Latin alphabet survive in manuscripts from the twelfth century. Their number gradually rose, and their scribes faced the challenge of how to record the specific Czech speech sounds in the Latin alphabet. The most significant breakthrough is usually regarded as being the composition of the tractate De orthographia Bohemica at the beginning of the 15th century. This treatise, ascribed hypothetically to the Czech church reformer Jan Hus, introduced the diacritic orthography into Czech orthography, which would continue to be used up to the present time. It is probably the first system of diacritic orthography to have been devised for a Slavic language in the Latin script. However, palaeographical analysis of Czech texts from the late Middle Ages demonstrates that the development was not so straightforward. The new orthography was applied gradually and only in certain types of texts. For a long time, the orthography of documents was different from literary texts. The form of diacritics also developed slowly. Taken as a whole, the actual written record of the Czech language in the late Middle Ages remained rather heterogeneous.


Fílipa ROLDÃO
Universidade de Lisboa
Joana SERAFIM
Universidade europeia / Centro de linguística da Universidade de Lisboa

Les chartes de franchises au milieu de l’émergence du portugais : aspects graphiques et matériels

Dans le contexte de la Reconquête chrétienne dans la Péninsule ibérique et du peuplement des territoires occupés, les souverains portugais aussi bien que quelques seigneurs laïques et ecclésiastiques ont octroyé aux communautés des chartes de franchise, surtout pendant les XIIe et XIIIe siècles. Toujours écrites en langue latine, ces chartes établissaient le cadre légal des relations politiques, économiques et fiscales entre les seigneurs et les habitants des villes, et aussi entre ces derniers. Au cours de l’émergence de la langue vernaculaire dans la chancellerie royale, ces documents ont commencé à être écrits en portugais ; en outre, certaines villes ont décidé de traduire leurs chartes en langue vernaculaire pour mieux les comprendre. Le but de cette communication est donc d'analyser dans quelle mesure l'introduction de la langue portugaise dans documents aussi solennels apporte une sorte d'innovation dans la mise en page du contenu juridique et de son système graphique ou si, au contraire, elle conserve les mêmes aspects matériels et graphiques suivis lors de l'utilisation de la langue latine. La mise en page du texte, les signes de validation, ainsi que le volume et le type d’abréviations seront parmi les paramètres abordés.


Martin SCHUBERT
University of Duisburg-Essen

Hildebrand, Otfrid, and Notker. German language on its way into literacy

The first written testimonies of German language, from the eighth century on, necessarily contain elements of improvisation when adapting a form of writing that was originally developed for Latin. Throughout the Early Middle Ages, scribes wrestled with consonants that do not exist in Latin, with different qualities and quantities of vowels, with syntactic and literary structures hitherto unrecorded in writing. Several of the early written records belong to an ad hoc type of notation that seem to show separate steps in the invention of written German–e. g. the Hildebrandslied or the Paris conversations (both ninth-cent.), or the early Medieval interlinear glosses. It is still possible, in these shorter forms, to trace in the material form the difficulties that the scribes experienced.

On the other hand, there are highly professional authors and scribes who engaged in the process of writing down longer vernacular texts. Otfrid of Weißenburg with his rhymed German Life of Christ (later ninth-cent.) presents, in addition to his literary achievement, manuscripts of the highest quality. He himself commented on the difficulties of transcribing German, but in the codices written under his supervision, all these problems seem to be solved. Otfrid drew on the very best that the Latin tradition could provide: in his manuscripts, he employed a kind of orthographic system, indicated structural divisions using visual devices including illumination, and included other elements from the Latin book tradition including an acrostic. The St. Gall teacher, Notker III (early eleventh-cent.) developed a system to distinguish vowel quantities and devoiced consonants; his translations from the bible and from classical antiquity are also examples of a high level of book production.
In this talk, I want to demonstrate that the development of the handwriting for written German depended on improvised forms on the one hand, but also on highly elaborate graphic and other conventions derived from the Latin tradition on the other. This will be analyzed e. g. in relation to the practice evolving as to signs for special ‘German’ sounds like w, ch, ü, ö, or long and short vowels, and with reference to the level of formality of the book script and the arrangement on the page.


Marc SMITH
École nationale des chartes, Paris

L’émergence d’écritures nationales à la Renaissance

La distribution des écritures en Europe a été reconfigurée à partir du XVe siècle, dans le contexte de l’émergence des États-nations. D’une part, la tradition des écritures documentaires, après une phase d’homogénéisation autour des modèles de chancellerie au XIVe siècle, s’est à nouveau diversifiée selon une nouvelle articulation territoriale, soumise à des facteurs institutionnels, politiques et linguistiques. D’autre part la naissance et la diffusion de l’écriture humanistique puis de la cancelleresca italica a offert un modèle alternatif, bientôt devenu international. Tandis que la diversité des écritures livresques médiévales se fondait dans une relative unité typographique, partagée entre gothique et romain, les écritures documentaires ont été le lieu de nouvelles expérimentations, dessinant le paysage graphique de l’Europe en fonction de l’échelle de circulation des écrits, entre une koïnè italianisante et des écritures fortement différenciées, à peu près exclues de tout usage, voire illisibles, hors de leur territoire institutionnel, politique et linguistique d’origine. Autour de ces modèles très divers, dont il importe de retracer la formation, la propagation et l’interaction, s’est formé le paysage graphique paradoxal de l’époque moderne, qui n’a pas retrouvé l’unité avant le milieu du xxe siècle.


Jürgen WOLF
Universität Marburg

Form - Funktion – Schrift. Buch- und Schriftproduktion in der Lübischen Kanzlei von 1230-1330

Im Zentrum steht die Schrift- und Buchproduktion der Lübischen Kanzlei, die ab den 1230/40er Jahren zunächst bis zur 'Wirtschaftskrise' um 1315 und danach noch einmal bis zur Pest große Serien lateinischer und ab den 1270er Jahren vorzugsweise deutscher Rechtshandschriften für den eigenen Gebrauch, aber mehr noch für den Export in den gesamten Ostseeraum herstellt. Diese Bücher zeigen spezifische Merkmale, die bald Normdimensionen (im Sinn von: "Das ist ein Buch aus der Lübischen Kanzlei") annehmen. So reicht das Niveau der kantig-wuchtig wirkende Schrift oft bis hin zur im volkssprachigen Bereich sonst völlig unüblichen Textura (nach Schneider-Terminologie).

Seit den 1250er Jahren sind in der Lübischen Kanzlei erste Anfänge einer seriellen Produktion von Rechtsbüchern nachweisbar. Anfangs scheint man mit unterschiedlichen Schrift- und Einrichtungsmustern zu experimentieren. Zeigen sich in den ältesten Büchern dieser Serie noch Unsicherheiten bei Schrift und Einrichtung, wirken die Bücher spätestens seit den 1280er Jahren hochgradig normiert: Für höchste Ansprüche kommt eine kantige Textura zum Einsatz; zudem wird für Initialen und Miniaturen – insb. der auf Außenwirkung (das schouwen) angelegten Exemplare – reichlich Edelmetall, für alle anderen zumindest modernes Fleuronnée verwendet. Letztlich kristallisiert sich für alle ab ca. 1280 bis weit ins 14. Jahrhundert in der Kanzlei produzierten Handschriften ein verbindlich vorgegebenes Schrift- und Ausstattungsschema heraus – heute würde man von corporate identity sprechen, wobei man sich in der Lübischen Kanzlei bemüht, die Buchstabenformen aus der Zeit um 1280/1300 auch Jahrzehnte später noch 'fortzuschreiben', und mehr noch, sogar das gesamte Erscheinungsbild des Buchs im Sinn einer Schrift-/Buchnorm beizubehalten.

Diese oft mehr als ein halbes Jahrhundert fortgeschriebenen Bücher erweisen sich als 'lebende' Objekte. Sie werden in Lübeck, aber auch in vielen Orten lübischen Rechts entlang der Ostseeküste über Jahrzehnte intensiv genutzt, ergänzt, überarbeitet, kopiert, in neue Zusammenhänge integriert – was bedeutet, dass wir längst in ‘alphabetisierten Stadtgesellschaften‘ angekommen sind, in denen Schriftlichkeit ebenso allgegenwärtig ist wie Schriftlichkeit professionell betrieben/produziert wird (in Lübeck übrigens meist von 'angestellten' Schreibern der Kanzlei; erst in den 1340er Jahren werden Schreibaufträge an Geistliche outgesourct). Dass dabei die Grenzen zwischen Latein und Volkssprache verschwimmen, erscheint kaum überraschend, zumal das städtische Milieu per se bilingual ist.

Hintergrund: Im Rahmen eines internationalen Forschungsprojekts werden unter meiner Beteiligung aktuell alle Lübischen Rechtshandschriften der skizzierten Epoche erforscht und das bedeutendste dieser Bücher, der bis vor kurzem verschollene ‘Bardewiksche Kodex‘ (heute in Russland = Jurjewetz, Museum, ???-2010; olim: Lübeck, Stadtarchiv, Hs. 734) auch ediert, digitalisiert und faksimiliert. Im Kontext des Forschungsprojekts konnten mittlerweile viele Schreiberhände identifiziert werden. Zum Teil sind die Schreiber sogar samt ihrer Lebensumstände bekannt.


Patrik ÅSTRÖM
Royal Library, Stockholm

The relationship between Latin script and runes in Germanic languages from earliest times to the 12th century

Runes were invented – so far as we know – in the first centuries A.D. The general view nowadays would seem to be that they have their roots in Latin script. Runes were spread all over northern Europe within the German-language area for a long time, and were used primarily for inscriptions. A small number of runes were adopted in texts written in Latin script as a complement for phonemes in the Germanic languages with no equivalent in Latin, e. g. þ (thorn) and ƿ (wynn) in Anglo-Saxon script. Some runes, on the other hand, were used as logograms or abbreviations, among others ᛗ(older futhark, i.e. runic alphabet) or ᛉ (younger futhark) for ‘man’. Runes are found in a number of famous manuscripts, for instance in the German Hildebrandslied, the Anglo-Saxon Beowulf and in the Swedish Older Västgötalagen. There are also interesting examples, from both Britain and Sweden, for instance, of inscriptions in both Latin, in the Latin alphabet, and in the vernaculars, in runes, that indicate a complementary distribution of “learned” Latin and “popular” runes.

I will present a survey of the use of runes from their invention until the end of the thirteenth century by which date it would seem that they were no longer in common use, except for þ (thorn), which is still in use in Icelandic (although there are instances of runes being used in parts of Sweden as late as the last decade of the nineteenth century).
The paper will touch upon the following of the proposed points in the call for papers:
1. General diachronic and synchronic perspectives
3. Types of written artefact: books, documents, inscriptions
4. Relationship between type of text and type of script
5. Interactions between the written vernacular and written Latin: material and graphic considerations

My intention is that the paper may provide the basis for a short survey in a compendium or short introduction to Western palaeography, a first version of which has been in use for the last decade in a number of courses in Sweden, at a number of universities as well as at the royal archives.